| L'
insonne degustatore
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Il
silenzio delle nubi diafane, all’alba, mi ha sorpreso mentre stavo giocando per riempire di immagini e di idee il
solco di tempo disseminato di steli notturni. Sulla
mia pagina lenta è stata scritta la mia condanna alla veglia il giorno e
la notte. Per non sorprendermi essere uomo, provo a ricordare e a
inventare alcune distrazioni sotto l’indefinita oscurità delle
configurazioni astrali che compiono inesorabili il loro giro.
Costellazioni che, osservate da questa parte di terra che calpesto,
sembrano esistere senza suoni e senza musica. So che la musica dei pianeti
si può percepire nel sonno. Io sono dunque costretto, (ma forse la
costrizione coincide con un indecifrabile privilegio), ai rumori
irreversibili del mondo mortale. Uomo,
donna o divinità che non conosco ha stabilito che palmi femminili,
affaticati dalle linee del destino, depongano su una pietra piatta e
circolare, ogni giorno al crepuscolo, una brocca dal corpo basso, dal
collo largo e dal becco sporgente, decorata nella zona mediana con motivi
geometrici concentrici. Le stesse mani sollevando la brocca per il manico
di forma ellittica, versano il vino contenuto in essa, facendolo risuonare
nella gaiezza di una coppa ampia e poco profonda, impostata su un alto
piede. Quando le ignote mani femminili scompaiono, sollevo il calice,
toccando la sinuosa timidezza delle due anse orizzontali. Compiendo questo
breve gesto, posso osservare il colore del vino: bianco, rosso, nero,
mogano; la sua vivacità nei riflessi verdino o granato, nel riverbero
d’oro o purpureo; il suo essere pallido o denso, scuro o leggero; lo
schiudersi nitido delle sue sfumature fino al loro indebolirsi o
spegnersi. Posso
inoltre comprendere e ricordare, con la tristezza dell’intensità, la
mia negazione all’istante immortale. Mi hanno insegnato che esso accade tra il sonno e la veglia. Per
allontanare la certezza di questo pensiero e questo stesso pensiero, che
si addice all’essere uomo, annullo ciò che io sono nella
percezione sensoriale. Annuso
il vino. Sento e vedo i fiori, a volte la violetta a volte la rosa, sento
e vedo il miele, le resine,
il pino. Separo. Fortifico l’istinto ma anche la memoria. Annuso. Penso
per immagini. Se mi capita di concentrare la mia attenzione sul miele,
vedo il suo colore cereo, ambrato, brunastro, poi
vedo l’albero, i rami, il favo, le uova, il polline, le arnie, le
ombre, la pietra sulla cui superficie scorre il rigagnolo d’acqua
lambita dalle api. Vedo il loro corpo bruno e peloso, l’addome e il
pungiglione, le brevi antenne. Penso, (nella mente il disegno si ingrandisce e si rimpicciolisce), alla società delle api, alla loro fatica e operosità, al loro comunismo dei beni e al loro ordine, alla loro concordia. Quando sono affaticato dal pensare, (dall’ammassarsi delle immagini), gioco. Con le dita disegno nella terra animali addormentati: un cervo, un cane, una lepre, alcuni volatili. Nelle notti afose faccio finta di sentire, mischiato all’inebriante profumo del vino che sorseggio e trattengo nella bocca, il loro ipnotico odore di sonno e il loro respiro regolare e profondo. Nelle notti fredde accendo il fuoco e, circondato dai loro occhi chiusi, gioco da solo a “giorno o notte”: traccio nel terreno una linea retta oltre la quale getto un sassolino o una conchiglia dopo averne colorato una parte di nero. Se il frammento di pietra, o il piccolo guscio, cade con la parte scura rivolta verso l’alto mi bendo gli occhi, sempre aperti, e fingo di essere il dio Eros. Poi esco e, toccando il fragile fruscio delle foglie, percorro i sentieri che si snodano nel bosco, porto con me un canestro cilindrico vuoto dalla sommità svasata, allacciato alla spalla e in esso getto la fugacità delle erbe e dei frutti che raccolgo, riconoscendo la loro dolcezza al tatto. Se la parte di pietra, o del piccolo guscio, rivolta al cielo è quella più chiara, del colore naturale, indosso gli abiti da cacciatore, mi costruisco un arco, una faretra, alcune frecce e inseguo animali selvatici; non uccido però l’animale che riesco a stanare, lo memorizzo, potrò così facilmente riprodurre la sua immagine nella terra, tracciando le linee e i segni con le mie dita. Questa notte la mia tristezza è impenetrabile come stelle di pietra: perciò ho necessità e desiderio di rinvigorire le mie labbra con un vino aspro, aggressivo, mordente; (una fraterna fortuna mi concede che quello versatomi al crepuscolo non sia piatto, sapido o privo di nerbo. Ne trattengo e rimescolo piccole quantità, ora schiacciandole con la lingua contro il palato ora facendole scivolare nella parte posteriore della bocca); perciò ho necessità e desiderio di leggere uno dei frammenti dei “Dialoghi degli uomini”, frammenti che ho trovato su fogli sparsi di colore bianco brillante, setosi, gettati su un mucchio di cenere e di petali. Li custodisco in contenitori di vimini di misura decrescente, posti l’uno dentro l’altro, intrecciati dalle dita della mia atemporalità una notte tiepida e priva di raggi o dita lunari. Leggo alla luce di una candela inserita in una piccola ciotola bassa, con l’orlo ripiegato all’interno. “…quella
notte tardavo ad addormentarmi. Guardai le stanze della mia casa. Sapevo
che vi dimoravo insieme all’inesorabile avvicendarsi della gravità del
giorno e della lunghezza delle notti. Fu
Plinio a insegnarmi che qualunque amore è destinato a morire poiché
l’uomo è mortale. Forse Kròkos era esasperato da questa unica certezza
e tentò di rendere l’amore immortale scegliendo di innamorarsi di una
ninfa. Provò a dimenticare di essere uomo. La
pietà degli dei trasformò i due amanti in fiori. Ma anche i fiori sono
destinati a cadere. E il croco è un fiore gracile e fugace. Ho anche sentito dire che Calipso spiegò a Odisseo che immortale è chi accetta l’istante. Ho così deciso di legarmi per sempre alla mia ostinata, caparbia, insensata tristezza fatta di innumerevoli istanti o dell’unicità di un lunghissimo istante. Stelo Diafano . Un orefice dalle dita bianche e scarne, incise il mio inutile desiderio di eternità nell’oro che inclemente stringe il mio effimero dito; ma vivo nella consapevolezza che un giorno il rimpianto, come questo cerchio dolente, si stringerà contro di me…” Ripiego
il foglio, lo ripongo nella scatola, riordino le scatole le une nelle
altre. Poi cerco la solitudine. Quando
cerco la solitudine vago tra i vigneti per ascoltare i suoni cangianti e
incessanti del ciclo della vite: il pianto cristallino delle ferite, il
canto pallido della linfa sui sibili lenti e tesi della crescita delle
foglie; lo stridio del gonfiarsi delle gemme e le note metalliche del loro
aprirsi; il suono flautato e senza posa della maturazione dei tralci; i
tremoli e i pizzicati dei fiori fecondati e della caduta di alcune
infiorescenze; le sonorità religiose dell’ingrossarsi dei grappoli,
dissonanti delle variazioni cromatiche della buccia degli acini; i caotici
scricchiolii della maturazione del legno e della caduta delle foglie al
giungere del freddo. Ma sempre sono costretto a rientrare nella mia abitazione, una lunga cavità naturale cosparsa di muschio, poiché sono “colui che dimora dentro”. Sono Endimione, il diverso-Endimione, l’insonne. Torno nel grembo, veglio e sono vegliato. Attendo le mani della mia padrona, la quale, pur sapendo che non mi è concesso il sonno, forse per sua stessa argentea mano, o bocca, o pelle, o cuore, viene in punta di piedi a portarmi il nettare che disseterà le mie labbra e i miei pensieri. Guardo, annuso, sorseggio. Scindo. Gioco. Disegno. Leggo. Ascolto. Ripeto nuovi giorni e nuove notti.
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nell’arte, nella musica e nel cinema” promosso dal Centro Pavesiano Museo Casa Natale, con la seguente motivazione: “ Linguaggio geometrico incisivo e ritmo narrativo incalzante caratterizzano questo originale racconto, in cui il vino è metafora di conoscenza. ” Il racconto è stato pubblicato sul n.109 della rivista Le Colline di Pavese e sul n.9 della rivista Nugae. |