L' attesa

 

Sono costretto a galleggiare nell’immortalità dell’acqua. Sul mio volto si genera il suono delle raffiche fredde del vento, (si annida tra la pelle dei polpastrelli delle mie mani, tra le dita appena affioranti dei miei piedi); si condensano il silenzio e la vastità della nebbia. Subisco lo spostamento del mio corpo dall’oscillazione perpetua del mare, dai movimenti improvvisi di alcune parti delle sue acque. Nei pori della pelle sento alternarsi il freddo e il caldo delle correnti.

Il cielo è costantemente cupo, chiuso, soffocante. Non mi annega una pioggia impetuosa, violenta, scrosciante; non mi punteggia una pioggia fitta, fine, picchiettante.

La linea del tempo, sulla quale non so più operare poiché da questa posizione non mi è concessa l’illusione dell’orizzonte, (l’illusione della congiunzione del cielo con la terra), ha dissolto la sua forma e consistenza nelle nubi opprimenti, plumbee, impenetrabili.

Sono costretto a mantenere viva la sensazione della lentezza della macerazione. L’ossessione di questa lenta distruzione mi dispone e mi aiuta a perdere coscienza, ad abbandonarmi al sonno, a ricorrere al sogno nel quale posso dilatare le mie membra fino a toccare caldi granelli di sabbia, erosi strati di roccia, le flessibili infiorescenze di un canneto, una lunga foglia tagliente; posso odorare il profumo del fico selvatico, di resine di pino; posso vedere brandelli di cielo terso, turchino o cosparso di stelle.

Dalle masse d’acqua che mi circondano e sospingono trasuda salino, (ho quindi coscienza di essere in balia delle onde del mare). A ogni respiro sento la lenta macerazione, il lento ma continuo disfacimento delle parti del mio corpo, intrise di immobilità e di inerzia, non ancora di tormento.

Nonostante sia disteso nelle acque inferiori salmastre e oscillanti, da un numero di onde impreciso sento, intorno al mio spazio di carne, irregolari filamenti gelatinosi.

Guardo il mio corpo.

Muovere le vertebre allineate tra il capo e il torace, e impegnare i muscoli orbicolari mi genera un’indescrivibile fatica, un’imprecisa commozione simile alla tristezza; mi distrae dalla mia decretata costrizione, dal mio decretato abbandono alle masse d’acqua infinite.

Guardo il mio corpo.

Lunghi e viscidi cordoni di gelatina si muovono e lo avvolgono, alcuni segmenti spessi e trasparenti contengono file di piccole uova scure, piccole e rotonde, simili a quelle dei rospi abitatori delle acque dolci dalla superficie ingannevolmente ferma. Ne ho frammenti di immagini: li ricordo attorcigliati agli steli e alla vita di un’umida lucente vegetazione. Sento la loro viscida consistenza stringere e attorcigliare la mia pelle.

I giorni si confondono continuamente nelle notti a causa dell’opprimente oscurità dell’infinito ammasso di nubi. Il sole non scalda la mia pelle, mai l’ha bruciata o riarsa; la pioggia non scorre sul mio viso, mai ha lavato o dissetato la mia bocca serrata.

Quante oscillazioni hanno intriso il mio sonno e la mia veglia? È infinita la mia impossibilità di numerare in modo progressivo. Da quando galleggio ho perso la facoltà di calcolo e il bisogno.

Sotto la cupa immobilità del cielo si verifica la metamorfosi di un anfibio, sulla parte del mio corpo che ospita e avvolge il cuore e i polmoni. Provo a convincermi che siano illusioni tattili e visive causate dall’attanagliante spossatezza cui mi obbliga l’ irreversibile macerazione, e da affioranti nitidi frammenti di lontana acquisita conoscenza.

Sento i rapidi movimenti, confusi, li vedo, del corpo sferico del girino avvolto su se stesso, sento l’impercettibile, inarrestabile cambiamento della forma, vedo le branchie e la coda assorbite nel cordone, vedo il rospo giovane simile all’adulto e rabbrividisco al freddo escrescente delle verruche del corpo, le sento sempre più sporgenti, aumentare il loro spessore.

Il rospo adulto resta immobile, trascorrono incalcolabili istanti; trascorrono inscrutabili, cancellati dalle nubi compatte, giri di costellazioni. La sua presaga immobilità e l’improvviso abbandono alle onde corrosive, annunciano la continua  decomposizione e preparano il ripetersi della mutazione nella forma, nella struttura, il ripetersi della dissoluzione. Dopo un’ indefinita imprecisione temporale, il rospo compie un ampio balzo, facendo schizzare sul mio volto brucianti spruzzi dalla luce metallica.

Un altro esemplare si metamorfosa e si esaurisce: le piccole zampe posteriori che si agitano, la coda che si accorcia, le branchie che svaniscono, le verruche che sporgono. Così molti altri esemplari. Molti  balzi. Ogni salto compiuto mi schiaccia e mi lascia un senso di prolungata compressione, sul corpo, nel corpo, nel punto che protegge e contiene il cuore e i polmoni, dove si posa e cresce ogni rospo. Questa schiacciante sensazione a poco a poco si dilegua, con lentezza, come il mio corpo nell’acqua.

Anche se sono costretto all’immobilità, nel moto perpetuo dell’onda, ho estremo bisogno di concedermi riposo. Per farlo appoggio le mani e la parte inferiore delle braccia sul ventre (mi è concesso questo movimento volontario) -ma il suono dei miei respiri intensifica senza posa la stanchezza della regolare ma faticosa spinta del diaframma- mantenendo questa posizione a poco a poco mi dimentico degli arti superiori, fino a non percepirli più come parte della mia unità: galleggio nell’attesa cosciente di un definitivo disfacimento.

Racconto Quarto classificato  - pari merito - al Premio Internazionale Città di Tocco da Casauria “Lorenzo Filomusi Guelfi” ed. 2005. Di prossima pubblicazione sull’Antologia del Premio.