Ru e Fro

 

La nobile schiatta dei personaggi inconcludenti alla Bouvard e Pécuchet non si è estinta con il girare a vuoto dei non eroi beckettiani. Certo si può parlare di un prima di Beckett e un dopo di Beckett, così come il grande irlandese si esprimeva a proposito di Pin in Com’è, ma eppur si continua. Ru e Fro, coppia nata dall’immaginazione di Erika Dagnino, sembra prendere corpo proprio laddove era terminato il viaggio di una delle coppie beckettiane meno famose, Mercier e Camier. Anche Ru e Fro vivono in una singolare simbiosi. Condividono appunti quotidiani e (pseudo)emozioni che sembrano animarli vicendevolmente nel corso della breve sequenza di avvenimenti che si svolge nella semi-immobilità descritta in questo romanzo breve. Ru e Fro agiscono (?) in un tempo enorme, fatto tendenzialmente di innumerevoli ripetizioni. Prosa essenziale, che richiede una scelta meditata per ogni singola parola, senza curarsi di strizzare l’occhio alla contemporaneità. Risiede qui la forza di Ru e Fro. In una parola già sufficientemente sedimentata, poetica. D’altronde la Dagnino, sempre lo scorso anno, ha pubblicato proprio una raccolta di poesie Spazi d’afa (edito da Ennepilibri) in un delizioso formato a blocco note. Versi liberi, componimenti che chiariscono meglio da dove trae forza la breve narrazione di Ru e Fro, coniugando in modo convincente musica e metafisica, ovvero la natura intima della vera poesia. Che altro è: “Mi sfiguro, mi stanco, ascolto. Mi convinco dei sonagli, delle crepe, dei profumi; sono persino lontani gli oleandri”? Poesia, niente di più.


Gennaro Fucile, Quaderni d'Altri Tempi, n.15, luglio-agosto 2008

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